Gilbert & George - Biennale

Gilbert & George alla VI Florence Biennale

Sull’onda dell’eccezionale successo della mostra che ha dedicato loro la Tate Gallery di Londra, Gilbert & George sono giunti a Firenze per ricevere il Premio Internazionale “Lorenzo il Magnifico” alla Carriera durante la cerimonia di premiazione della VI Florence Biennale, alla presenza di oltre ottocento artisti partecipanti.

Insieme a loro c’era Tim Marlow, direttore delle esposizioni della White Cube Gallery di Londra, fondatore del periodico Tate Magazine, attualmente collaboratore della rete Channel Five per cui presenta le mostre in corso. La presenza dei due artisti inglesi ha animato l’intera manifestazione: hanno rilasciato una divertente intervista sulla loro vita e carriera artistica condotta da Tim Marlow e hanno presentato un video-documentario realizzato e commentato da loro setssi.

Gli artisti come “sculture viventi”

Gilbert è nato nel 1942 a San Martino sulle Dolomiti, un anno dopo nel Devonshire è nato George. È stata la St. Martin School of Art of London, dove entrambi hanno studiato scultura, a farli incontrare nel 1967. Singing sculpture, la loro prima rappresentazione davanti agli studenti della scuola, risale al 1969. I due si sono presentati come “sculture viventi” rinunciando al cognome e alla loro identità “perché veniamo dal nulla e dove andiamo nessuno lo sa”, dicono. Il 1971 è l’anno della loro prima personale, hanno infatti presentato le loro prime grandi immagini in bianco e nero alla Whitechapel di Londra, alla Kunstverein di Düsseldorf e allo Stedelijk di Amsterdam. Il successo è arrivato nel 1972 quando sono invitati alla rassegna Documenta di Kassel e il Daily Mirror li proclama “il grande, nuovo fenomeno del mondo dell’arte”. Nel 1976 la prima mostra museale negli USA, all’Albrightknox di Buffalo.

Premi ed esposizioni in Italia e nel mondo

Nel 1977 hanno smesso di mostrarsi come sculture viventi e i loro grandi collage di immagini, con struttura a griglia e i loro ritratti sempre presenti, hanno iniziato a subire mutamenti: inizialmente solo in bianco e nero, è stato aggiunto successivamente il rosso come simbolo della disperazione fino a diventare improvvisamente coloratissimi nel 1980. Nello stesso anno hanno partecipato alla Biennale di Venezia. Nel 1986 hanno ricevuto il Turner Prize della Tate di Londra. Dal 2003 iniziano ad usare tecnologie digitali per sperimentare effetti diversi come il raddoppiare la stessa metà dei volti. Nel 2007 la Tate Modern di Londra li ospita per la più grande retrospettiva mai dedicata ad artisti viventi. Ulteriore celebrazione del loro percorso artistico sarà l’assegnazione del premio “Lorenzo il Magnifico” alla carriera alla VI Edizione della Biennale dell’Arte Contemporanea di Firenze.

Arte per tutti

Della loro vita privata si sa che vivono come la maggior parte degli inglesi. È possibile trovarli sull’elenco del telefono e incontrarli sull’autobus. Tra le tematiche più rappresentate: la religione, il sesso, i problemi razziali e l’identità personale. La loro protagonista è la metropoli, e le tensioni e i desideri che sorgono nell’incontro-scontro tra diverse etnie, valori e costumi. Ma ciò che connota la loro arte è il concetto di incastonare nell’esperienza artistica tutta la vita dell’uomo, ogni momento e ogni singolo individuo, compresi loro stessi. Così nasce “Art For All”, cioè l’arte per tutti, un concetto sviluppato nel contesto urbano dell’East End di Londra dove hanno vissuto e lavorato per quarant’anni e che rimane la loro principale fonte di ispirazione. Un concetto che non esclude dalla rappresentazione artistica proprio nulla, neppure le cose più disturbanti o quelle innominate per eccessivo perbenismo. Un’arte che non esclude i fluidi corporali, il sangue e neppure le feci, esempi di Body Art.

Negli anni ‘80 hanno dedicato alcuni dipinti alle molecole di sangue intitolandoli For Aids e nel 2007 alla Tate con Six Bomb Pictures rappresentano Londra sotto gli attentati terroristici del giugno 2005. Per Gilbert & George l’arte non è altro che una rielaborazione della vita e deve necessariamente avere anche una funzione educativa, indicando la strada per superare qualsiasi tabù, religioso, culturale o sociale.
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